mercoledì, 05 dicembre 2007
"Cocaina", arriva il docu-choc
E Gasparri chiede la sospensione dello spot

Quando i politici invocano la censura televisiva preventiva, c'è da tenere dritte le antenne: vuol dire che quel programma coglie nel segno. La conferma viene da Maurizio Gasparri (An). RaiTre annuncia che domenica sera trasmetterà Cocaina, film in presa diretta di Roberto Burchielli e Mauro Parissone, e l'ex ministro chiede prontamente la sospensione dello spot ("vera e propria pubblicità per la cocaina") e il blocco del programma.

"Ma il problema cocaina esiste, è giusto che il servizio pubblico ne parli", rispondono Francesco Ferrante e Franco Ceccuzzi del Pd, il verde Marco Lion. E Paolo Ruffini, direttore di RaiTre, nel confermare che il documentario si vedrà, spiega: "Cocaina racconta in presa diretta un mondo che non vediamo anche se è sotto i nostri occhi. Un po' come avevamo già fatto con Residence Bastoggi. È un distillato di realtà confezionato come un film".

Cocaina viene definito docu-choc. Vedendo in anteprima il film si ha in effetti la percezione di un nuovo modo di lavorare. "Vogliamo raccontare i macrofenomeni sociali, i conflitti, i temi su cui la gente si interroga", spiega Burchielli, che firma anche la regia: "Lo facciamo scrivendo le storie al contrario, demolendo i luoghi comuni". Così con "L'Italia si guarda allo specchio" (titolo provvisorio) il 9 dicembre si prenderà di petto il fenomeno dell'invasione della polvere bianca.

Da una nottata con un poliziotto della Mobile che documenta lo spaccio a Milano si passa alle testimonianze di ex spacciatori e di consumatori insospettabili: una dose di coca costa poco, oggi i muratori sniffano anche per fare un turno in più. Molti parlano a volto scoperto, grazie al paziente lavoro degli autori di H24 Film: quasi degli "infiltrati", passano mesi con i protagonisti delle storie. Gli altri film in onda su RaiTre (da febbraio) toccheranno i temi della paura, dell'insicurezza, del senso di giustizia.

Partendo da storie quotidiane. "Un tema centrale, due-tre protagonisti, la telecamera digitale che li segue a ogni passo, per mesi. Il racconto puro è semplice delle loro vite", dice Burchielli. La scelta degli argomenti? "Ci interessa vivere i fatti mentre accadono, trattare storie forti, centrali, popolari", spiega Parissone, l'altro autore: "Storie che siano accessibili a tutti e non solo a quelli che si possono permettere l'abbonamento a Sky. Dare la possibilità di conoscere, di capire in che paese viviamo non può essere un privilegio a pagamento, ma un diritto civile". Non a caso, la premiata ditta Burchielli-Parissone nel 2007 ha ricevuto riconoscimenti per Stato di paura su via Anelli a Padova (premio critica Ilaria Alpi) e Napoli, vita morte e miracoli (premio Flaiano per la Tv).

link: 

Cocaina, documentario choc Cocaina, documentario choc

rapporto 2007 dell'Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Oedt)

un saluto
Il Cronista

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martedì, 04 dicembre 2007

Almeno spero di ritornare ad occuparmi di questo spazio.

Sono accadute molte cose, a me e al mondo. Comunque, bando alle ciance, si comincia. Lo faccio rinviandovi a leggere il post dell'amico spartaus.
Nei prossimi giorni, invece, pubblicherò qualcosa di mio.
A presto

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sabato, 24 febbraio 2007
Dalla Norvegia un primo, storico, passo verso l’abolizione delle cluster bombs, le micidiali «bombe a grappolo» responsabili della morte e della mutilazione di migliaia di civili in tutto il mondo.
Dal summit che si è svolto a Oslo dal 20 al 23 febbraio è infatti scaturita una dichiarazione di intenti, firmata da 46 dei 48 Paesi partecipanti, che impegna entro il 2008 gli Stati a concludere un nuovo trattato che proibisca «la produzione, la vendita e lo stoccaggio» degli ordigni cluster, artefici di «danni inaccettabili» ai civili.

«È un grande passo in avanti e siamo molto soddisfatti», ha dichiarato Raymond Johansen, segretario di Stato norvegese agli Affari Esteri. Tra gli Stati partecipanti, solo Giappone, Polonia e Romania hanno rifiutato di sottoscrivere l’accordo, poiché preso al di fuori del contesto delle grandi organizzazioni internazionali, e in assenza di Paesi-chiave come Israele e Stati Uniti. Johansen ha espresso tuttavia la propria soddisfazione per il fatto che, contrariamente a ogni aspettativa, anche Gran Bretagna e Francia abbiano hanno deciso di unirsi alla mozione. La Francia, in particolare, aveva annunciato all’apertura dei lavori la sua disponibilità a impegnarsi, ma unicamente nell’ambito della Conferenza sulla Convenzione sulle armi convenzionali (CCAC) delle Nazioni Unite.

Soddisfazione anche da parte della presidente della commissione Difesa della Camera italiana, Roberta Pinotti (Ds), che ha ricordato l’impegno in questo senso già assunto dall’organo da lei presieduto, con una risoluzione, approvata lo scorso 16 gennaio, che chiede al governo italiano di impegnarsi nella messa al bando delle munizioni a grappolo, inserendole nella normativa (la 375/97) che proibisce l’uso, la produzione e lo stoccaggio delle mine antipersona.

Le «bombe a grappolo» sono così chiamate per la presenza, al loro interno, di migliaia di micro-ordigni che, al momento dell’esplosione, si disperdono su un ampio perimetro e non possono essere controllate, rischiando di esplodere anche anni più tardi trasformandosi, in pratica, in mine antiuomo. Impiegate in quasi tutti i conflitti della storia recente, dal Vietnam all’Afghanistan, dall’Iraq alla Bosnia-Erzegovina, fino all’ultimo, recente, utilizzo da parte degli israeliani in Libano, si calcola che abbiano ucciso negli ultimi trent’anni almeno 11mila civili, che rappresentano, secondo l’ultimo rapporto di Handicap International, il 98% delle loro vittime.
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martedì, 20 febbraio 2007
Cluster bombs, a Oslo convegno per l'abolizione

Parte dalla Norvegia la nuova campagna internazionale contro le cluster bombs, le famigerate «bombe a grappolo», artefici della morte e della mutilazione di migliaia di civili in tutto il mondo. I rappresentanti di 45 Stati, oltre a svariate organizzazioni internazionali (tra cui lo UNDP - il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo - la Croce Rossa Internazionale e  Cluster Munition Coalition), sono riuniti a Oslo dal 20 al 24 febbraio per «gettare le basi per un trattato internazionale che bandisca le cosiddette cluster bombs». La conferenza, promossa dal governo norvegese, rappresenta un nuovo, importante tentativo dopo il fallimento della Convenzione internazionale sulle armi convenzionali dello scorso autunno, voluta dal segretario generale delle Nazioni Unite e non ancora ratificata da moltissimi Paesi, tra cui l’Italia. Tale documento, entrato in vigore il 12 novembre 2006, obbligava tutti i Paesi che hanno fatto di "bombe a grappolo" uso a fornire chiarimenti dettagliati sul numero e il luogo degli ordigni esplosivi rimasti inesplosi, che continuano a provocare migliaia di vittime ogni anno.
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sabato, 17 febbraio 2007
Via libera al testo unico
sulla sicurezza sul lavoro

Roberto Padroni aveva trentasei anni, e lavorava come fabbro in un cantiere di Cusano Milanino, in Lombardia. È morto carbonizzato venerdì, proprio in quello che, per ironia della sorte, sarebbe stato il suo ultimo giorno di lavoro, travolto da una fiammata mentre era alle prese con una saldatrice, tra gli impianti elettrici dello scheletro di una palazzina. Quando i suoi colleghi hanno provato a salvarlo, hanno trovato l’unico estintore presente nel cantiere completamente scarico.

Padroni è solo una delle tre persone che in media muoiono ogni giorno, in Italia, a causa di un infortunio sul lavoro. Una vera e propria «strage silenziosa», come l’hanno definita i rappresentanti delle tre confederazioni sindacali, riuniti a Bastia Umbria proprio in occasione dello sciopero generale regionale contro gli infortuni sul lavoro, organizzato in Umbria per ricordare la tragedia di Campello sul Clitunno, dove nel novembre scorso si sono registrate cinque morti bianche in meno di un mese . E la loro definizione trova conferma nei dati: secondo l’Inail (l’Istituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro), in Italia nel 2006 si sono verificati oltre 935.000 incidenti sul lavoro, a causa dei quali hanno perso la vita 1250 persone.

«In Italia questa è una piaga, non un prezzo inevitabile da pagare», ha ricordato il presidente della Repubblica Giorgio Napoletano, in una nota inviata in occasione della manifestazione umbra, precisando che, tra le cause di questo fenomeno, le principali sono «precarietà e mancanza di garanzie» sul lavoro. Ma il capo dello Stato ha anche sottolineato una «volontà nuova e un impegno conseguente dei poteri pubblici e delle forze speciali per estirpare la piaga delle morti e degli incidenti sul lavoro». Perché, ha detto Napolitano, «non ci si può limitare alla denuncia, commossa e indignata. Occorre prendere decisioni, adottare misure realmente efficaci». Alle parole del capo dello Stato si sono aggiunte quelle del presidente del Senato, Franco Marini: «Gli incidenti sul lavoro rappresentano una emergenza nazionale che si combatte solo con un forte e deciso impegno delle istituzioni e delle forze sociali. Occorre reagire al pericolo di assuefazione, occorre tenere vigile l'attenzione dell'opinione pubblica ed in tal senso ogni iniziativa, ogni manifestazione, ogni occasione che possa contribuire a riportare in primo piano questo dramma e l'urgenza di farvi fronte deve essere vista con favore e considerata un'opportunità preziosa per la comunità nazionale».

E una decisione, importante, è stata presa venerdì dal Consiglio dei Ministri, che, su proposta dei ministri Damiano e Turco, ha autorizzato la delega al governo per l’emanazione di un testo unico «per il riassetto normativo e la riforma della salute e sicurezza sul lavoro». Un testo che «riepiloga, sintetizza e razionalizza la legislazione vigente», ha spiegato il ministro del Lavoro Cesare Damiano in un’intervista a Rainews24, aggiungendo che al suo interno vi sono anche forti elementi di innovazione, tra i quali «l’estensione al lavoro autonomo e parasubordinato di queste tutele, e, cosa la quale tengo particolarmente, l’indicazione di adottare come materia di formazione questi argomenti nelle scuole superiori e all’università». Insomma, con questo ddl «il governo imbocca con decisione la strada della tutela».

Il disegno di legge delega, che vincola il governo a presentare entro 12 mesi dalla sua entrata in vigore uno o più decreti legislativi di riforma del testo unico, si basa su tre «punti qualificanti»: l’estensione della normativa sulla sicurezza a tutti i lavoratori e le lavoratrici in tutti i settori, la revisione dell’apparato sanzionatorio, e il maggiore coordinamento degli interventi ispettivi. Una delle novità più rilevanti del provvedimento consiste proprio nell’ampliamento del campo di applicazione della normativa in materia di salute e sicurezza a tutti i settori e a tutti i lavoratori, indipendentemente dal rapporto di lavoro: quindi, oltre al lavoro subordinato, anche al lavoro «flessibile» e autonomo. Particolare attenzione sarà riservata ad alcune categorie di lavoratori come i giovani, gli extracomunitari, gli interinali e ad alcuni settori, come i cantieri, nei quali gli incidenti gravi si verificano con frequenza maggiore. Viene inoltre rivisto l’apparato sanzionatorio «in modo che gli imprenditori trovino più conveniente rispettare la normativa, che pagare le multe». Per le piccole e medie imprese, sono poi previste misure di semplificazione degli adempimenti in materia di sicurezza. Il ddl introduce, infine, maggiore razionalizzazione e coordinamento degli interventi ispettivi, per evitare sovrapposizioni tra i soggetti deputati alla vigilanza. Un altro elemento importante del provvedimento è, per il ministro della Salute, Livia Turco, il «collegamento tra i luoghi di lavoro e il sistema sanitario, nella fattispecie le Asl»

Positive le reazioni dei sindacati: «L'approvazione da parte del Consiglio dei ministri del testo unico sicurezza è una tappa importante», ha commentato la notizia il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, dalla manifestazione di Bastia Umbria. «Da domani - ha aggiunto - avremo criteri unificati a livello nazionale per i temi della salute e della sicurezza di lavoro, cosicché non vi sono differenze tra Bastia Umbra, Milano o Palermo. È un passo in avanti che raccogliere le indicazioni del sindacato». Per Epifani «serve un grande sforzo da parte di tutte le istituzioni, ma anche ed in particolare dagli imprenditori. D’ora in poi non si potrà far finta di girare la testa, se c'è qualcosa che non va. La sicurezza sul lavoro evita morti, quindi, deve essere un nostro impegno permanente». Per il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, «la lotta all'evasione fiscale, al lavoro nero è anche sicurezza sul lavoro: dobbiamo porre grande attenzione alla nostra iniziativa quotidiana poiché è fondamentale per difendere la vita dei lavoratori. Le leggi sono importanti ma non possono essere l'unica risposta, occorre una grande attenzione da parte di tutti, dalle istituzioni proseguendo alle imprese». Infine Luigi Angeletti, segretario della Uil, ha commentato: «il vero problema cui bisogna mostrare attenzione è la legge sugli appalti che prevede dei ribassi dei prezzi che vengono realizzati abbassando la sicurezza sul posto di lavoro. Dobbiamo combattere l'idea che i lavoratori siano sono dei numeri per fare guadagnare gli imprenditori che puntano, invece, a far costare di meno il lavoro. La sicurezza e la salute non sono barattabili», ha concluso.
Gaia Rau Unità online

Dall'inizio dell'anno ad ora, per lavoro, ci sono:
       136 morti
136.368 infortuni
    3.409 invalidi

Fonte Articolo 21
(leggi anche qui)
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categoria:politica, informazione, società, morti bianche
domenica, 11 febbraio 2007
Era difficile non solidarizzare con Barbara Pollastrini e Rosy Bindi mentre giovedì sera nello studio di «Porta a Porta» cercavano di spiegare la legge sulle coppie di fatto appena varata dal Consiglio dei ministri. Difficile non essere dalla loro parte, non solo per ragioni di simpatia politica (che non possiamo negare), e di apprezzamento per i Dico e per tutto l´impegno civile che ci hanno messo ma perché le ministre avevano di fronte i sorrisini ironici di Rocco Buttiglione e la stizza di Gianni Alemanno. Lo notiamo senza pregiudizi personali anche perché nel fu governo Berlusconi i due non passavano certo per essere i peggiori (impresa non ciclopica considerato il materiale umano e ministeriale che li circondava). Eppure l´idea che l´altra sera davano di se stessi interrompendo, scartabellando, negando e minimizzando era di un compito già scritto, di un obbligo da ottemperare, di un mandato da eseguire.

Insomma, era come se un vincolo invisibile ma irremovibile gravasse sulla loro autonomia di uomini politici. E non per le opinioni morali o religiose di Alemanno e Buttiglione, legittime e da rispettare. Parliamo invece di quel continuo, ossessivo richiamarsi alla famiglia, ai valori della famiglia, all´unicità ed esclusività della famiglia. Parliamo di quella continua, opprimente denuncia di complotti per mandare in mille pezzi la povera famiglia e con essa la tradizione cristiana; attentato di cui il diabolico disegno di legge sui diritti e i doveri delle persone conviventi costituirebbe il detonatore.

Parliamo dell´omofobia sottostante e sovrastante impegnata a trasformare una legge, giusta o sbagliata ma che riguarda comunque tutti i cittadini italiani, in un giochino per sollazzare alcuni gay in abito da sposa.

Famiglia, concetto universale, può essere una splendida parola anche per i non credenti. Per questo dispiace vederla adoperata in un contesto cupo, triste, discriminatorio e volgare. Innalzata come un muro per separare, dividere, giudicare, condannare. Un modo senza dubbio molto poco evangelico di trattare il prossimo.

Buttiglione, Alemanno, Casini, Schifani, ma anche il pio Mastella, i teodem della Margherita e i tanti che in queste ore si stracciano le vesti e lanciano alti gemiti verso il cielo rappresentano le legioni devote dell´esercito che ieri Benedetto XVI ha solennemente mobilitato richiamandolo ai suoi doveri primari. Che nella visione papale non sono, come si potrebbe credere, quelli di rappresentare il popolo italiano (e sovrano) in Parlamento nel rispetto della Costituzione repubblicana. No, ben altra missione attende il partito di Dio se Ratzinger ritiene «necessario appellarsi alla responsabilità dei laici presenti negli organi legislativi, nel Governo e nell´amministrazione della giustizia, affinché le leggi esprimano sempre i princìpi e i valori che sono conformi al diritto naturale e che promuovono l´autentico bene comune». L´appello ai laici-cattolici del potere legislativo, esecutivo e giudiziario affinché fermino con tutti i mezzi l´odiata legge non poteva essere più esplicito.

Un manifesto che per drammaticità ed energia politico-dogmatica può paragonarsi alla indisponibilità di Pio IX ad accettare compromessi con il nascente Stato italiano. Eravamo a metà dell´Ottocento e quello fu il famoso «non possumus», non a caso richiamato martedì scorso dall´«Avvenire» nell´articolo di fondo che ha definito la Bindi-Pollastrini «uno spartiacque che inevitabilmente peserà sul futuro della politica italiana». Detto e fatto. Altro che le "normali" ingerenze a cui le gerarchie vaticane ci avevano abituato. Questo partito di Dio si sente capace di fare cadere i governi.

Problema che Romano Prodi aveva ben presente quando la sera stessa del «non possumus» ha tenuto a dire che sia sulle missioni di pace (vedi l´Afghanistan) sia sulle decisioni che toccano i diritti della persona (vedi le unioni di fatto) «la nostra democrazia ha bisogno di stimoli e non di lezioni». Una rivendicazione orgogliosa della nostra sovranità nazionale di cui Washington sembra avere preso atto ma non la Santa Sede. La vera battaglia quindi comincia ora, le pressioni aumenteranno ma essere riusciti ad affermare il principio che spetta allo Stato e non alla Chiesa legiferare sui diritti dei cittadini è una prima vittoria di cui dobbiamo essere grati al governo Prodi e alle due coraggiose ministre. Sì, possumus.
Antonio Padellaro Unità omline 
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martedì, 23 gennaio 2007
Gay con figlia in tv, teo-dem scandalizzati

Aiuto, una coppia di omosessuali devasterà l´italica televisione. Due uomini che, orrore degli orrori, alleveranno una bambina. Le invocazioni del Papa, di cardinal Ruini e della senatrice Binetti sono rimaste inascoltate in casa Rai: per colpa di un noto agitatore, Lino Banfi, e con l´aiuto di un pirata malese, Kabir Bedi, l´istituto della famiglia viene aggredito frontalmente sin nel tepore dei salotti degli italiani, minando alla base il concetto stesso di civiltà.
Alt: facciamo un passo indietro. La notizia, autorevolmente anticipata da Tv Sorrisi & Canzoni, è che nell´imminente quinta stagione della fiction Un medico in famiglia (in onda da marzo su Raiuno, Vaticano permettendo) l´omosessuale Oscar (interpretato da Paolo Sassanelli), finora single, si fidanzerà con Max (Alessandro Bertolucci), il quale ha pure una figlia, Agnese, che i due tireranno su insieme. Il tutto all´ombra del mitico nonno Libero (Lino Banfi, appunto), che se la vedrà col suo nuovo vicino di casa, l´indiano Kabir Bedi (un immigrato!), già celebre interprete di Sandokan (e dunque potenziale terrorista).

Signore e signori, per quanto possa sembrarvi bizzarro, per la prima volta una coppia gay con prole fa ingresso in un serial italiano. Oltretutto, il serial più rassicurante, lontano ere siderali da ben più avanzati e complessi modelli americani, come The L Word o Sex and the City. Solo che, diabolicamente, lo fa proprio mentre infuria la polemica su Pacs e similari, poche settimane dopo i feroci scontri seguiti alla fiction Il padre delle spose: quella, guarda un po´, con Banfi protagonista e produttore (ma allora, commentano i maligni, qui c´è il dolo!), padre di una ragazza (sua figlia anche nella realtà) sposatasi a un´altra ragazza nella Spagna di Zapatero.

Anche ora «neocon» e «teodem» si sono già scatenati, secondo un copione più rigido di quelli della più prevedibile telenovela. Per prima è la Alessandra Mussolini a consegnare alle agenzie di stampa il suo articolato pensiero: «Sembra che la Rai debba indottrinare gli italiani. Ci stanno facendo il lavaggio del cervello...». Conclude la segretaria di Azione Sociale che ormai si discriminano «i normali» e gli «eterosessuali».

Segue a ruota la senatrice Maria Burani Procaccini, di Forza Italia, che parla di «uso strumentale, culturalmente povero, di una tematica assai delicata come quella dei rapporto fra omosessuali: penso che queste cose siano molto pericolose per le figure identitarie necessarie e per la crescita psicologica dei bambini».

Terza, e curiosamente assonante con la Mussolini, la senatrice magheritina Paola Binetti: «C´è il rischio che d´ora in avanti gli unici discriminati siano i single». Poi parla di «massima criticità» per la presenza «di una bambina all´interno di una coppia omosessuale», e del fatto che, continuando su questa strada, in tv «l´unico grande assente» finisce per essere «la famiglia nella normalità» (bizzarro, detto da lei, che in una recente intervista ha affermato di non essere contraria alla mortificazione del corpo...).

Tocca al solo Beppe Giulietti, Ds, difendere il buon senso: «Non spetta ai politici comporre i palinsesti e i copioni della fiction. In tutta Europa, e non da oggi, ci sono stati e ci saranno film, canzoni, spettacoli, libri e fiction dedicati alle tematiche della coppie di fatto e della sessualità. Peraltro, questo accade già da qualche secolo».

Ultimo dubbio: non sarà che quella del simpatico Lino è una subodola strategia? Solo pochi giorni fa l´attore ha rivendicato con orgoglio la scelta di realizzare Il padre delle spose: «Ricevo lettere di ringraziamento da tutta l´Europa. Ho capito che la gente apprezza gli argomenti tosti». I «teo-neo-con-dem» (anche nella variante nera) sono avvertiti: sarà scontro di civiltà tra Lino Banfi e la senatrice Binetti?
Roberto Brunelli Unità online
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giovedì, 11 gennaio 2007

                 

             USTICA, ULTIMO ATTO: 
             NESSUN COLPEVOLE


IL DOSSIER SUI MISTERI D'ITALIA SI "ARRICCHISCE" DEFINITIVAMENTE DI UN ALTRO FASCICOLO.....

Daria Bonfetti: "Ora tocca alla politica scoprire la verità
"I generali pur di non parlare preferiscono passare per incapaci"

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martedì, 09 gennaio 2007
<B>Piacenza, le immagini della campagna shock dell'Anmil </B>
Due operai muoiono in un silos
Dal 1 gennaio, 22 uccisi sul lavoro

Travolti dall’elica del silos in cui lavoravano. Così sono morti due giovani operai - Riccardo Azzoni di 19 anni, e Andrea Guaita di 32 anni - stritolati dal meccanismo che risucchia il grano all’interno del contenitore agricolo che stavano ripulendo dalle granaglie.
Dall'inizio del 2007 sono già 23 i morti sul lavoro in Italia, confermando la tragica media del 2006 quando le vittime sono state 1.036. E sempre dall'inizio del 2007 gli infortuni sono 23.848, con esiti invalidanti per 596 lavoratori.
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domenica, 07 gennaio 2007
Onu, per abusi sessuali
indagati in tre anni oltre 300 caschi blu


Negli ultimi tre anni le Nazioni Unite hanno indagato sulle denunce di presunti abusi e molestie sessuali contro 300 tra operatori e Caschi blu impegnati nelle missioni di pace, e in più del 50 percento dei casi i militari sotto inchiesta sono stati rimandati a casa. Lo ha annunciato Jane Holl Lute, l'assistente segretario generale per le operazioni di peacekeeping, affermando che da due anni l'Onu sta prestando molta attenzione al problema degli abusi sessuali nei 16 teatri delle sue missioni, in cui sono impegnati oltre 92mila uomini, ma che la situazione non è ancora soddisfacente.

Circa 200mila persone provenienti da un centinaio di paesi sono impegnate ogni anno a vario titolo nelle missioni di pace: «È quasi normale che ci sia qualcuno che non si comporta bene, ma noi abbiamo il dovere di fare di tutto perchè questo non accada» ha detto Lute in una conferenza stampa. «Ciò che è cambiato è la nostra determinazione a non lasciare cadere questo problema» ha aggiunto, «vogliamo migliorare costantemente la nostra capacità di occuparcene».

Nei giorni scorsi il Daily Telegraph ha riferito che non meglio precisati operatori dell'Onu nel Sudan meridionale hanno abusato sessualmente di oltre 20 minori. Le indagini effettuate dall'Onu tra il gennaio 2004 e la fine di novembre 2006 hanno portato al licenziamento di 18 operatori civili e al rimpatrio di 17 agenti di polizia e di 144 militari. Secondo le stime dell'Onu, durante i primi 10 mesi del 2006, il 63 percento di tutte le accuse di condotta non regolamentare da parte dei peacekeeper erano collegate a sfruttamento sessuale e abusi, il restante terzo a casi di prostituzione.
postato da: cronistacronico alle ore 03:44 | Permalink | commenti
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